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4 giugno 1972 - Il mio Giuramento (Carlo Sanvito, 4 giugno 2011)

Di questo giorno non sono in grado di effettuare una cronaca dettagliata.
Dispongo però di due tipi di ricordi: di vista e di sensazione. Ma sono entrambi sotto forma di flash, non danno continuità. Alcuni di questi flash li ho avuti presenti negli anni, da sempre.
Altri si sono risvegliati nel momento in cui ho rivisto le foto del Giuramento, recuperate dai compagni di Corso.
Cerco di collocarli ora in una sequenza che mi pare logica.

Qualche giorno prima. Ricordo il surplus di fatica per l'aumento del regime di marcia, mi sembra di aver marciato tutto il giorno, mi sembra che anche una sera siamo stati catturati dopo cena e rimessi a marciare fino a tarda ora.
D'altra parte ricordo una parola, catering, che mi fu detta in relazione a chi ci avrebbe fornito i rinfreschi per quell'evento (mi sembra che fu Renato Scazzocchio a parlarmene mentre in fila si aspettava qualcosa). Era la prima volta che sentivo quel termine e di botto mi venne da associarlo ad una bicicletta. Stetti zitto e feci finta di niente per scoprire poi che cosa fosse in pratica.

La mattina. Tanta attenzione alla preparazione, mangiato poco o niente, nel box tante domande del tipo "come sto?"
Vani tentativi per vedere se cominciava ad arrivare qualcuno degli invitati.
Niente altro.

Poi si inizia. Ci si mette in formazione con una facilità di composizione che nasce dalla ormai lunga esperienza, siamo un pacchetto, siamo partiti senza problemi e giriamo come un tutt'uno per imboccare il viale dei semoventi.
Qui ho il vero ricordo di sensazione, preciso come è stato, da allora.
Un blocco allo stomaco ed un animo gonfio.
Dopo tutti questi anni continuo a sentirmi un po' ridicolo quando lo ricordo e lo dico a qualcuno.
Prima non capivo bene perché, poi me lo sono giustificato. Non il blocco allo stomaco che è una sensazione che ho vissuto e vivo ancora quando c'è qualcosa che mi mette in tensione. Ma il sentire un qualcosa che riesco a definire solo come animo gonfio e che mi è successo solo in quel momento ed in quel modo.
Individualista come sono, per la prima volta ero orgoglioso non di me ma del gruppo cui appartenevo.
Ed in più ero orgoglioso non solo per quello che stavamo facendo, ma soprattutto per come lo stavamo facendo. Mi vedevo muovere in un ingranaggio costituito da persone amiche che mi sembrava sentissero la stessa cosa e tendessero allo stesso scopo. Il mio impegno e la mia attenzione ad ogni necessaria variazione di comportamento durante la marcia non era solo per me ma era soprattutto per non far sfigurare il gruppo. A tanto erano arrivate le spinte materiali e psicologiche di chi ci comandava.
Da dove quindi il senso di ridicolo associato al ricordo?
Poche storie, se tornavo ai ricordi scolastici di solo qualche mese prima, un sentimento del genere nei confronti di qualsiasi manifestazione militaresca non era ammesso: la leva è una rottura di balle che bisogna far passare sopra la testa e non ci darà se non perdite di tempo ed a cui, quindi, non dobbiamo dare la minima partecipazione. Questo era la conclusione dei vari dibattiti sull'argomento all'Università.
È per questo che, ancora infarcito di riferimenti del genere, allora non seppi spiegarmi bene questo senso orgoglioso di appartenenza. Superficiale come ero (e forse sono) feci in fretta a metterlo in memoria senza spiegazioni ulteriori, anche se con un po' di insofferenza per l'incapacità a catalogarlo.
Le spiegazioni sono venute negli anni, soprattutto, come detto, dal fatto che è rimasto unico in quanto non feci più parte di un gruppo coeso e di conseguenza è rimasto a brillare solitario.

Poi, ad un certo punto eravamo fermi in fila rivolti verso le autorità, e, di sguincio, feci un rapido tentativo di vedere la mia ragazza in tribuna. Vidi invece al volo il padre di Gianni Sirtori che ci faceva foto a tutto spiano, sapevo però che la mia ragazza era lì vicino, con loro.

Nel momento clou, ricordo il tentativo di frenare il braccio lanciato in alto nel giuramento, convinto di essere partito troppo presto al "Lo giurate voi?" a causa della tensione che mi attanagliava. So anche che per questo non mi uscì il bel grido richiesto "Lo giuro", ma una roba più gutturale.

Dopo. L'ultimo flash visivo mi vede presso i rinfreschi, leggermente incazzato poiché non era rimasto quasi più niente e non mi sembrava di essere troppo in ritardo. Mi parlarono di quelli del 66° che erano passati di lì poco prima a reclamare la loro parte.
Poi non ricordo più niente, se non che me ne andai fuori con la mia ragazza che stava al Posta.


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